Discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955

 

Negli scorsi mesi si è parlato molto, forse troppo ed a sproposito, della Costituzione, questo strano oggetto misterioso di cui il 99 % degli Italiani ignora il contenuto ed il significato, pur sentendosene un esegeta.

La Costituzione repubblicana, probabilmente, è davvero “la più bella del mondo”, per certi aspetti imperfetta, ma comunque espressione di una sintesi che nasce dalla storia, dalla tradizione giuridica e culturale, ma, ancor prima dalla carne viva e sofferente dei nostri padri.

La si poteva e si può cambiare, anzi, si deve, magari prima applicandola, integralmente e lealmente, perché questa sarebbe la vera rivoluzione. Ma piegarla e strattonarla, leggerla con il monocolo, focalizzandosi su ciò che piace e conviene, ignorando ciò che infastidisce o è più difficile da realizzare, significa aprire le porte della barbarie giuridica e culturale, il medioevo del diritto, prima ancora della che della storia e della politica, in cui inconsapevolmente affoghiamo da decenni.

Ma se cerchiamo un colpevole, non dobbiamo guadare lontano. E’ troppo facile puntare il dito sui politici, sulla classe dirigente, e, perché no, sulla mala sorte o la makumba.

E’ un’ovvietà, ma ogni popolo ha il governo che merita. La civiltà di una nazione si legge, molto più che nella qualità della classe dirigente, nel livello di cultura e dalla morale dei suoi cittadini.

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